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L’Europa si divide anche su come gestire investimenti esteri

Il presidente francese Macron non è riuscito a convincere gli altri membri della UE ad introdurre delle barriere agli investimenti stranieri – cinesi in particolare – verso aziende europee. A conferma che, in Europa, risulta spesso molto problematico adottare una politica comune che rispecchi gli interessi dei 28 paesi.

 

Europa divisa: porte chiuse o aperte agli investimenti esteri?

La frattura è nata tra chi, come la Francia, la Germania e forse anche l’Italia, vorrebbe che ci fossero dei limiti agli investimenti dalla Cina verso l’Europa e chi, come i paesi più piccoli, tiene invece le porte molto aperte. E’ chiaro che un’Europa con una moneta unica e con tassi di interesse di riferimento identici da Atene a Berlino crea, tra i 28 paesi, delle divergenze nelle performance economiche, nel grado di dipendenza verso il commercio estero e degli investimenti esteri. Quando bisogna prendere posizioni unitarie nei confronti di partner commerciali, come appunto la Cina, i nodi vengono al pettine.

Macron propone addirittura l’istituzione di una Golden Share nelle mani dello Stato francese; potrebbe essere utilizzata per bloccare qualsiasi tentativo di scalata alle aziende che sia di interesse strategico per la Francia. Molto probabilmente, la Francia vuole fare leva sull’asse “investimenti diretti”, per poter ottenere in cambio qualcos’altro sull’asse “commercio internazionale”.

Francia e Cina: barriere e investimenti

Mi spiego: la Francia teme che il flusso di esportazioni verso la Cina – per esempio nel settore aeronautico, Airbus – possa subire dei contraccolpi, visto che Cina comincia a sviluppare e produrre tecnologia propria ed ha di recente cominciato la commercializzazione del proprio aeromobile, Comac.
Alla Cina, invece, interessa andare avanti con il proprio programma di acquisizioni in Europa nei settori della tecnologia e dell’agroalimentare.
E qui si gioca la partita a scacchi tra Parigi e Pechino: la Francia cerca certezze nell’ambito del commercio e innalza lo spettro di barriere verso gli investimenti cinesi come arma negoziale. La Francia cerca reciprocità nei confronti della Cina. Ma, solo alcuni giorni fa, il premier cinese Li Keqiang ha dichiarato testualmente, durante il Summit China-UE tenutosi a Bruselles ai primi di giungo, che “il grado di sviluppo economico e le strutture industriali di Cina ed Europa sono molto differenti” e “sarebbe non consigliabile fare dei paragoni troppo semplicistici riguardo il livello di apertura dei reciproci mercati e cercare di raggiungere reciprocità” (vd. chinadaily.com)

Inoltre, quasi come una coincidenza, la Cina ha appena pubblicato la nuova lista dei settori industriali dove gli investimenti stranieri sono proibiti o soggetti a scrutinio. Tale lista contiene 63 settori industriali, un po’ meno di quanti ne fossero contenuti nella lista precedente. Si tratta quindi una leggera apparente apertura verso gli investimenti stranieri. Apertura, appunto, solo apparente, che cela delle differenze fondamentali nell’approccio cinese nei confronti degli investimenti stranieri; se tali investimenti sono in attività green-field, sono benvenuti.
Se, invece, gli investimenti riguardano acquisizioni di pacchetti azionari di aziende cinesi, allora il tutto si complica.

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