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La Francia copia la Cina e fa meglio dell’Italia.

Esiste una certa somiglianza nel modo in cui le operazioni di fusioni ed acquisizioni, cross-border M&A, vengono gestite dalla Francia e dalla Cina. Entrambi i paesi fanno sistema sia quando si tratti di investimenti outbound, verso paesi terzi, sia quando si tratti di investimenti in ingresso. Entrambi i paesi accentuano l’aspetto nazionalistico, spinti dall’orgoglio ma anche dalla necessità strategica di creare dei national champions in vari settori chiave.

Liberali nel commercio non implica essere liberali anche su acquisizioni

Liberalismo o protezionismo? Una domanda che va avanti da 500 anni senza risposte chiare. Tuttavia va fatta una importante differenza se si parla di commercio internazionale, di acquisizioni cross border di aziende già esistenti o, infine, di investimenti free fields. Per ognuna di tali modalità, ogni stato può e deve scegliere le strategie più adatte. Sul greenfield, è più facile avere una visione liberista dal momento che l’azienda straniera investe in qualcosa che prima non c’era e quindi quasi sempre crea valore.

L’Europa si divide cercando di arginare l’avanzata cinese

Mentre l’Europa cerca una soluzione per arginare l’avanzata cinese, Berlino consolida le sue relazione speciali con il dragone.
L’Europa sembra cerca antidoti per contrastare l’avanzare della Cina. Ho già accennato ai rischi del settore manifatturiero europeo. Nel frattempo Macron spinge perchè l’Europa adotti misure protezionistiche che frenino le acquisizioni cinesi di aziende francesi. Recentemente, anche la Germania e l’Italia sembrano premere affinché l’Europa alzi delle barriere. La strategia cinese del “divide et impera” verso l’Unione Europea sta producendo alcune crepe tra i paesi Europei e non sarà facile trovare un consenso per interessi non allineati e forze molto diverse. Ora, mentre Macron sceglie tra numero due europeo o il primo alleato USA, la Germania annuncia di volere consolidare i propri rapporti commerciali con la Cina, in modo bilaterale, scavalcando, appunto Bruxelles.

Più 6.9 del PIL Cinese? Un risultato pianificato

Nel primo semestre 2017, il Pil della Cina è cresciuto del 6.9% un po’ al di sopra delle aspettative degli analisti. Ne ho discusso ieri, ospite della rubrica di Radio Radicale AGI China [link]. Come spesso accade, la notizia ha scatenato subito una grande una grande fanfara mediatica con analisti e commentatori pronti a dichiarare che la Cina è uscita del tunnel della transizione verso il New Normal e che le prospettive di crescita sono più rosee di quanto ci si aspettasse.

Modello cinese: una possibilità per l’Africa

Stando alle notizie di diversi mezzi d’informazione, la Cina sembra aver abbandonato la tradizionale politica di non ingerenza negli affari interni degli altri Paesi, che ha contraddistinto la sua politica estera per lunghi anni. La differenza di approccio emergerebbe della sua azione politico-economica in Africa, che ad oggi vanta investimenti diretti pari a 170 miliardi di dollari.

Usare le previsioni dei ricavi fiscali come misura per la crescita del Pil

Secondo la relazione annuaale della provincia dello Hunan in China, il governo centrale stima che i ricavi fiscali a livello nazionale possano crescere del 5%, mentre i ricavi dei governi locali aumenteranno del 6%. Tra le 29 provincie che hanno gia’ annunciato i loro obbiettivi di crescita per il 2017, soltanto 9 di queste hanno target al di sotto del 6% ((Fujian, Gansu, Guangxi, Jiangsu, Jiangxi, Liaoning, Xinjiang al5%, Yunnan al 4% e Jilin al 3%)

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