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Cina: crescita del rapporto debito/PIL indica crisi sistemica?

Negli ultimi giorni, si è ancora parlato del crescente rapporto debito/Pil in Cina e molti osservatori si sono mostrati preoccupati per le ripercussioni che una possibile crisi finanziaria in Cina possa avere sul resto delle economie mondiali. Una domanda legittima se si crede che la Cina si possa analizzare con gli strumenti tradizionali dei mercati occidentali. Ma non è così: la Cina è come una grande azienda che viene gestita in maniera programmatica con un piano quinquennale che è simile ai budget aziendali, dove vengono elencati gli obiettivi degli anni a venire ma anche i possibili rischi. Ovviamente sono previsioni che possono poi non avverarsi, ed è proprio qui che entra in gioco la grande differenza che esiste con il resto del mondo: il sistema economico finanziario cinese ha una capacità di reagire agli shock, di riadattarsi alle nuove esigenze e di rispondere alle crisi con una flessibilità e velocità di esecuzione che nessun altro paese possiede. Nel caso specifico del debito, il fatto che il rapporto debito/Pil in Cina sia cresciuto non è una sorpresa, ma il risultato naturale di alcuni fattori già noti a chi si occupa di Cina:

  1. pacchetto di stimolo post 2008;
  2. crescita della quantità del denaro (M2) ad una velocità circa doppia del Pil (12%-14% contro 6%-8%);
  3. incentivi per i governi locali a far crescere il Pil e, quindi, ad investire quasi indiscriminatamente;
  4. politica dei tassi d’interesse al ribasso e costante QE o equivalente, dal momento che la banca centrale disegna la curva dei tassi per tutte le scadenze;
  5. proliferare dello shadow banking, una forma di mercato del denaro basato su prezzi più vicini alle dinamiche di mercato, domanda e offerta, che, nonostante gli eccessi, ben si sostituisce ai tassi ufficiali e consente ad alcune aziende di avere accesso al credito, cosa altrimenti impossibile.

In altre parole, usando la terminologia della Modern Money Theory, la base della piramide del credito è molto allargata. Quindi, a bocce ferme, si potrebbe temere una crisi sistemica.

Ma in Cina esiste quella capacità di cui sopra e quei fattori che potrebbero, così come è stato nel 2008, evitare una crisi, o, almeno, passarla ad altre generazioni:

  1. tutto il debito cinese è in valuta domestica e quindi è impossibile un default involontario;
  2. quasi tutto il debito dello stato ma anche corporate è detenuto da banche di stato che lo tengono in portafoglio fino a scadenza, quindi il denaro passa da una tasca all’altra della stessa entità, il governo;
  3. la Cina, al contrario dell’Italia, ha quasi zero investitori stranieri e tutto il debito è detenuto da investitori locali;
  4. il crescente debito del settore famiglie è anche, in parte, ammortizzato dalla parte sinistra del bilancio, essendo debito contratto per l’acquisto di immobili con rapporti di leva non elevati (intorno al 40%-60%).

 

 

 

 

 

Infine, il grande mangiafuoco che interviene quando il sistema non reagisce: il governo, ricordiamolo, formato da esperti usciti dalle migliori università del mondo, sta facendo in modo che la crescita Pil dei prossimi due anni (6.5%) ed i tassi d’interesse (3%) convergano, in modo che la crescita dei consumi interni sia più elevata della crescita degli investimenti e così, quindi, raggiungere quel ribilanciamento di cui si parla. Per accelerare questo processo, il governo ha recentemente introdotto misure che limitano le operazioni di acquisizioni di aziende cinesi sia all’estero che in Cina.

Questa notizia ha causato clamore in occidente come indicazione di una crisi. Vero, ma è anche indicazione di azioni volte a risolverla.

Questo articolo è uscito anche su Radiocor/Il Sole24Ore

 

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