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TRUMP IN CINA: CHI NE È USCITO VINCITORE?

Il viaggio del Presidente Trump in Asia è stata l’occasione per il faccia a faccia con il leader della Cina Xi Jinping. Chi ne è uscito vincente? La storia lo dirà, ma temo che chi ne è uscito sconfitto sia l’Europa. Purtroppo il Vecchio Continente è ormai destinato a giocare un ruolo marginale nello scacchiere mondiale, ma dai nuovi rapporti di forza potrebbero esserci opportunità per l’Italia, ma bisogna fare presto.

Trump in Cina ha cercato e continuerà a cercare di centrare due obbiettivi per rivenderli in patria come vittorie:

  1. diminuire il deficit commerciale con la Cina, sia con restrizione sulle importazioni o con più spinta alle esportazioni;
  2. aprire la porta alla Cina per lo sviluppo di infrastrutture in America. Chiuderà quindi un po’ la porta sulle partite correnti in ingresso, e la aprirà su quelle in uscita e, cosa più importante, nel conto capitale.

Per quanto riguarda il deficit USA-China, che è di circa 350 miliardi di dollari sulle merci e di 250 miliardi su merci e servizi, Trump dovrà usare tutti i mezzi a sua disposizione per mitigare questo squilibrio, anche aumentando i dazi sulle importazioni. In parallelo, nuovi ordini su Boeing e gas naturale potrebbero aumentare le esportazioni USA verso la Cina, in modo da ridurre il deficit anche senza ricorrere a dazi. Oggi si parlava di 250 miliardi di dollari di nuovi ordini verso la Cina, probabilmente molti dei quali non si avvereranno e molti altri sono già parte di accordi preesistenti, ma non importa: la narrativa supera la realtà. Che poi l’aumento dei dazi porti o meno ad un reale diminuzione del deficit commerciale, è secondario. E poco importa anche alla Cina che, anzi e paradossalmente, sarebbe anch’essa contenta di veder diminuito il proprio surplus per ridurre la propria dipendenza commerciale dagli USA. Ma nella comunicazione questa stretta sulle importazioni sarà considerata come una vittoria per Trump, che quindi dovrà mettere altro sul piatto.

In cambio di una stretta sul commercio, l’America infatti aprirà la porta agli investimenti cinesi. Accoglierà con particolare calore gli investimenti greenfield, quelli che creano sviluppo, portano nuovi capitali, creano nuovi posti di lavoro e, idealmente, aprono il mercato cinese ai prodotti americani, fenomeno che si ricollegherebbe al primo obbiettivo, quello della riduzione del deficit commerciale. Tra gli investimenti più caldeggiati, sarà data priorità a quelli che porteranno ad un ammodernamento delle infrastrutture, dei trasporti americani: ferrovie, porti, aeroporti.

Anche sulla parte conto capitale, si racconterà di una vittoria per la Cina ed una concessione da parte dell’America, che compensi la “sconfitta” sul commercio. Ma anche qua, sarà un risultato win-win, dal momento che l’economia americana ha bisogno di una grossa spinta sugli investimenti, cosa che solo la Cina può fare, con la sua capacità di mobilitare contemporaneamente capitali, forza lavoro, materie prime e know-how.

E l’Europa? Rischia di restare fuori dai giochi, ma ci sono delle aziende che potranno avvantaggiarsi di tali accordi tra Trump e Xi. L’Europa resta il terminale finale della nuova Via della Seta e i settori che beneficeranno di ciò sono legati allo sviluppo della rete di trasporti, quindi autorità portuali, sviluppo di ferrovie ad alta velocità e logistiche ad esse collegate. La cultura cinese è molto vicina a quella mediterranea e qui ogni paese del sud ha una buona carta in mano se riesce a proporsi come interlocutore primario per l’Europa per settori specifici. La Cina, al contrario di quanto si creda a Bruxelles, non parla con l’Europa, ma con i singoli stati. L’Italia può imporsi come centro della cultura, del turismo sostenibile, non soltanto per attirare i flussi dalla Cina ma soprattutto per proporre un modello di turismo che la Cina possa usare per gestire l’ormai scomposto turismo di massa domestico. Ma bisogna far presto e soprattutto i ministeri interessati (trasporti, sviluppo) devono concentrarsi su questi temi.

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