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Apple in Cina: la Cina forse non ne ha più bisogno.

Sommario del mio intervento su SkyTg24 dove si è discusso di Apple, dazi e Cina

Il declino delle vendite della Apple in Cina ritengo che sia stato causato solo in parte dall’attuale disputa sui dazi tra USA e Cina, cosa che ha poi degli effetti immediati sul passaparola dei consumatori cinesi che boicottano il prodotto; ma principalmente perché ritengo che la Cina sta attuando una virata di strategia nel settore dei cellulari verso la produzione indigena. Come ogni paese, la Cina o compra o produce. Fino ad oggi ha comprato, adesso ha deciso di accelerare con la propria produzione.

Quando la Cina, negli anni 80 necessitava di capitali, la Cina invita gli stranieri ad investire e produrre nel Paese. Quando ha avuto bisogno di acquistare prodotti dall’estero è entrata nel WTO nel 2001, cosa che gli ha consentito di importare i prodotti che non riusciva a produrre da sola. Quando poi il bisogno si affievola, allora, giustamente, chiude per un po’ le porte e passa ad altro. È una strategia, questa, che a noi può piacere o non piacere,ma che si è rivelata efficace perché consente ad un paese, gestito come un’economia centralizzata come appunto lo è la Cina, di acquistare prodotti quando la capacità produttiva non è sufficiente o, viceversa, di produrre i propri prodotti localmente– una volta fatto quel necessario passo tecnologico – e quindi smettere di acquisirli all’estero, favorendo dunque le industrie domestiche.

Penso ad esempio al blocco di Facebook o di Google, che in passato è servito, oltre a gestire i flussi di informazioni, a far emergere delle aziende cinesi, dei campioni nazionali come Baidu, Alibaba e Tencent che adesso ha un miliardo di clienti. Nel caso di Apple, si verifica una situazione analoga con Huawei, Xiaomi o altri produttori cinesi di telefonini che stanno raggiungendo, se non addirittura superando, la tecnologia della Apple che a quel punto viene messa un po’ da parte, sia a livello istituzionale che a livello dei consumatori.

Il consumatore cinese è molto attivo su internet, cosa che ho ben constatato nei dieci anni che ho vissuto lì.

Bisogna fare molta attenzione, perché c’è il rischio valanga. Nell’immaginario del consumatore cinese è molto facile passare dal volere al non volere più acquistare un prodotto, come è successo recentemente nei confronti di una nostra grossa aziendadi moda. Basta un piccolo errore o un errore percepito, che cambia completamente la posizione verso un prodotto. Quindi questa presunta guerra dei dazi, il presidente Trump che alza la voce contro la Cina, crea un effetto psicologico – che si aggiunge a quanto dicevo prima circa l’avanzamento tecnologico per cui la Cina non ha più bisogno dei telefoni Apple – che attraverso un micidiale passaparola online rende un prodotto da cool a off nel giro di poche ore.

Oggi parliamo dell’economia della Cina che rallenta come se ci fosse una recessione. In realtà il tasso di crescita passerà dal 6,8 – 6,9 al 6,5 e magari l’anno venturo al 6,2, che sono comunque tassi di crescita altissimi. Quindi attenzione a dire che è un’economia che va a ribasso, perché cresce al contrario tantissimo. In termini assoluti, poi, il 6,5 per cento di quest’anno vale più del 6,8 dell’anno scorso perché se consideriamo i valori, ogni anno la Cina cresce in media circa 1.000 – 1.500 miliardi, quasi quanto il Pil dell’Italia: ogni anno la Cina cresce in valore assoluto quanto un intero Pil di un paese medio europeo. Questo perché, a fronte di un tasso di crescita che fisiologicamente va a diminuire, parte da una base più alta

Per quanto riguarda l’Italia, la Cina sta guardando con molta attenzione sia agli investimenti finanziari sia agli investimenti industriali. Queste tematiche rientrano nelle mie responsabilità di Governo, cercare cioè di favorire gli investimenti, nei giusti limiti tra il voler attrarre capitali e non voler svendere le nostre aziende. Privilegiamo ovviamente investimenti di tipo green field – cioè la creazione di una nuova entità che non esisteva prima, come ad esempio l’apertura di un nuovo stabilimento o l’ampliamento di un molo di un porto, di un centro di ricerca – piuttosto che acquisizioni di aziende già esistenti, specialmente se tale acquisizione non porta ad un aumento dei posti di lavoro, della produzione nel territorio. Io preferisco il green-field perché questo tipo di investimenti ha un impatto 1 a 1 sul nostro Pil.

Per quanto riguarda il discorso dei dazi, voglio sottolineare che non è corretto affermare che chi ha dazi va in deficit necessariamente. I dazi più alti al mondo li ha la Cina (10%) che ha un surplus commerciale enorme. L’Europa ha dazi intermedi, circa il 4% ed è praticamente in pareggio di bilancio commerciale, mentre gli Stati Uniti, che hanno dazi bassissimi (circa il 2/3%), sono in deficit. È chiaro che esistono mille altri fattori che influenzano il surplus commerciale, ma è altrettanto chiaro che l’equazione dazi=deficit commerciale non è sempre vera. 

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