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In questo post e video, tutta la mia strategia per promuovere export

Come tutti ben sapete, l’export rappresenta 1/3 del Pil dell’economia italiana: quando il saldo dell’export italiano cresce del 3%, questo rappresenta 1 punto percentuale di contributo (nominale) su tutto il Pil del Paese. Stiamo lavorando ovviamente anche sulle altre componenti del Pil, investimenti e consumi, per far sì che questo 1% si possa consolidare anche a livello aggregato. La nostra attenzione si sofferma in particolare sulle Pmi che rappresentano il tessuto fondamentale del nostro export.

Sono centinaia di migliaia quelle che esportano, e stiamo lavorando per portare a termine due importanti risultati: aumentarne il numero, affinché non siano solo centinaia di migliaia ma milioni, ed aumentarne anche la quota media di esportazione.

In questo primo anno, stiamo lavorando in sintonia con ICE, che è il ramo operativo del Mise per quanto promuovere l’export. Sono tornato in Italia da poco più di un anno, dopo 30 passati all’estero tra Usa, Inghilterra e Cina, ed ho trovato un Paese che ha bisogno di investimenti: dobbiamo fare dei passi avanti veloci sulla digitalizzazione e sulla Blockchain, molto importante visto che i prodotti Made in Italy sono tra quelli più soggetti a possibile contraffazione e queste nuove tecnologie possono aiutare un cliente all’estero garantendogli l’originalità del prodotto italiano.

Brevemente, voglio sottolineare alcune iniziative che stiamo portando avanti.

Partiamo da alcuni fatti:

Chart 1: Opportunità e sfide per il Made in Italy

Il nostro export va bene negli Stati dell’UE e negli Usa, questo perché sono paesi dove c’è un forte legame storico e culturale che va avanti da tantissimi anni. Non ugualmente bene in Asia o nei mercati lontani, dove le nostre imprese stentano ad esportare e ad avere il successo che meritano. Per quanto riguarda gli investimenti, dobbiamo cercare di fare di più per far arrivare gli investitori stranieri intenzionati ad investire in attività produttive, quelle attività che creano Pil e che creano occupazione: in una parola greenfield.  Siamo invece un po’ più cauti sugli investimenti in arrivano che hanno la forma di Acquisizioni perché’, a bocce ferme, queste non sempre portano benefici immediati all’economia del paese.Non siamo soddisfatti neanche riguardo gli investimenti delle nostre aziende all’estero. Ed è per questo infatti che mi spingo nel discorso un po’ oltre a quella che è la mia job description: io sono responsabile per l’attrazione degli investimenti, ma ritengo molto importante – forse più importante del resto – l’aiuto effettivo alle imprese italiane che volessero investire all’estero.

Chart 2: Cause e soluzioni

Tra le problematiche che abbiamo riscontrato in questi mesi di governo, emerge che le Pmi sono in difficoltà nel penetrare nei mercati asiatici, ed è per questo che abbiamo portato avanti il progetto dell’High Street Italia: un’esibizione permanente – una show room 365 giorni l’anno accessibile alle microimprese – dove ogni azienda può esporre i propri prodotti per un paio di giorni in quei mercati dove non lavora solitamente. Stiamo lavorando con la Corea, dove a novembre a Seoul partirà la prima High Street Italia – ma anche con la Cina, con l’India, con il Vietnam, con l’Indonesia, perché lì, in quei paesi, ci sono ampi margini di crescita.

E’ proprio in questi mercati, dove le nostre imprese trovano difficoltà ad emergere e dove le fiere tradizionali vanno bene per le grandi imprese ma non per le micro, che bisogna investire. Infatti, il Mise si è posto come obiettivo quello di sostenere economicamente questo progetto attraverso il piano straordinario.

Un’altra percezione che ho avuto – e la comprendo bene avendo vissuto all’estero tra paesi anglosassoni e Cina – è che ad una Pmi, quando si parla di investire in marketing promozionale nei mercati più lontani, c’è sempre la paura del trasferimento di tecnologia e di paura di perdere il proprio know-how.  Per questo noi ci mobilitiamo a venire incontro alle aziende, che così capiscono quanto il governo le sostenga, creando quella copertura utile nel caso in cui dovessero avere dei problemi. Noi possiamo far emergere questi problemi e parlare con la controparte governativa, istaurando cosi un rapporto G22- Government-to-Government – cercando di ridurre i rischi legati all’investimento: abbassando il rischio, cosi come la finanza ci insegna, si aumenta il valore percepito dell’investimento e quindi aumentiamo le opportunità di business per le nostre aziende.

I processi di innovazione e di internazionalizzazione avvengono attraverso 3 pilastri fondamentali che devono essere portati avanti contemporaneamente:

  1. la creazione di siti web, utili perciò alla digitalizzazione di tutte le aziende;
  2. il sistema di sviluppo di pagamenti online;
  3. lo sviluppo della logistica in modo che attraverso il web site, i clienti possano vedere il prodotto, acquistarlo e riceverlo.

Per quanto riguarda le Start up, i nostri giovani producono grandissimi prodotti.

In questi mesi ho girato tante aziende e ho visto grande attenzione e grande qualità dei prodotti. Le nostre imprese, come le Start up, non riescono ad analizzare bene la curva della domanda dei mercati internazionali pur proponendo un ottimo prodotto.

Per questo abbiamo costruito un programma – una specie di Erasmus delle Start up – chiamato Global Start up Program, in cui abbaiamo inserito circa 80 Start up italiane che mandiamo in giro per il mondo per un periodo lungo 3 mesi per comprendere al meglio che cosa cercano e che cosa vogliono i partner commerciali stranieri. Abbiamo Start up in America, in Inghilterra, in Corea, in Giappone, in Cina. Trascorreranno tutta l’estate con i loro partner a fare co product development ed a capire quali sono i nuovi canali di finanziamento e quali sono le domande dei mercati internazionali.  Queste aziende rientreranno ad ottobre in Italia e grazie a questa esperienza potranno migliorare il loro prodotto sfruttando le esperienze maturate.

Non parole ma fatti.

Parlando di investimenti, c’è una correlazione molto forte da dire: i paesi commerciano molto e bene laddove ci sono investimenti. La Germania esporta moltissimo perché ci sono molte aziende tedesche che importano. Infatti, una buona parte del commercio avviene tra casa madre, nel paese di origine, e le sussidiarie nel paese straniero. Quindi, anche ciò che potrebbe sembrare un deflusso di capitali dall’Italia verso l’estero, in realtà crea un valore perché l’investimento outbound è un fattore di traino dell’export.

La seconda attività che svolgiamo riguarda le politiche commerciali.

Per quanto riguarda i dazi, le decisioni sono in comune accordo con gli altri 27 amici europei, ma il problema che abbiamo notato è il modo in cui l’Ue conduce le analisi. Per esempio, se si decidesse di fare un trattato di libero scambio, l’obiettivo di Bruxelles è quello di massimizzare il benessere dell’Europa come blocco, senza però andare a valutare se quel trattato porta dei benefici a tutti i 28 stati membri.

Questo è un approccio che chiamo top down, massimizzare il benessere per l’Europa senza curarsi troppo dell’esito sui 28.  Vorrei si riuscisse a fare esattamente il contrario: 28 analisi per ogni trattato di libero scambio –  una per ogni paese membro –  e poi una successiva 29esima a livello europeo, così da riavvicinare le Istituzioni europee ai cittadini ed ai produttori. Una scelta importante che porterebbe l’Europa a non essere considerata più un qualcosa di distante ma un’entità presente e incisiva.

Un altro punto a cui crediamo è quello del bilateralismo: siamo stati negli Usa la settimana scorsa ed è un dato di fatto che l’America, come la Cina, non negoziano con l’Europa bensì con i singoli Stati: con noi, con la Merkel o con Macron, ad esempio. È su questo che si basa la relazione, è un peer to peer tra singoli stati. È chiaro che la politica è in comune, ma la negoziazione avviene one to one.  Infatti, siamo andati noi direttamente negli Usa a chiedere che fosse rivista la lista dei prodotti italiani che potrebbero essere colpiti dai nuovi dazi di Trump. Dazi che il Presidente americano vorrebbe adottare come contromisura ai sussidi della Francia su Airbus. Agli amici americani abbiamo spiegato che se vogliono colpire la Francia, non è necessario che mettano in mezzo anche il made in Italy. La risposta che abbiamo avuto è stata positiva: ci hanno detto che avevano fatto una lista di prodotti e che non si erano forse accorti che nella loro lista potenziale molti dei prodotti colpiti erano italiani.  Stiamo rivedendo questa lista con il partner americano, in modo che se necessariamente qualcuno dovesse essere colpito, l’Italia non ci finisca in mezzo, in quanto non ha colpe.  Questo devo dire è stato un piccolo successo che vogliamo condividere con voi.

Gravity model chart

Negli ultimi due minuti faccio alcuni esempi di analisi per comprendere il gap export che abbiamo con altri paesi. Abbiamo sviluppato un modello dove mostriamo quali sono i Paesi dove esportiamo meno di quello che dovremmo.  Questo è un modello gravitazionale, un po’ simile alla legge di Newton (massa per massa diviso distanza al quadrato) dove due paesi commerciano maggiormente perché hanno economie grandi e perché sono vicini.  La linea rossa è quella predetta dal modello quindi noi dovremmo commerciare con i paesi in questo grafico secondo la linea rossa. I paesi che stanno sopra, invece, sono quelli dove facciamo bene. La Polonia, anche la Turchia, il Messico, la Corea, il Canada. Attenzione: in Inghilterra, dove facciamo 23 miliardi, dovremmo fare molto di più visto che ha un indice di apertura al mercato elevatissimo ed e’ un paese vicino, altre che parte del mercato unico Facciamo male anche con la Germania, una cosa che non è nota immediatamente. Dovremmo fare 16 miliardi in più verso l’Inghilterra, una decina in più sulla Germania, una decina sulla Cina.  Sono questi tre i Paesi su cui stiamo focalizzando i nostri sforzi.

Chart 3: Strategia Missioni Istituzionali

Voglio chiudere per spiegarvi cos’è che guida le nostre missioni istituzionali:

noi diamo priorità alle missioni estere laddove troviamo l’incastro di tre variabili:

  1. dove il mercato è grande e quindi la massa del paese partner è importante: quindi c’è grossa domanda interna e grosso appetito per i prodotti italiani.
  2. Dove il potenziale di crescita e’ elevato
  3. Dove l’impatto della relazione G22, Governo-Governo e’ piu’ forte.

lo dico in modo enfatico: quando io vado in Giappone, Corea, Cina, India anche negli Stati Uniti, il peso di una visita di un membro del governo italiano è molto forte perché sono paesi dove – anche se sono economie di mercato – le dichiarazioni dei loro governi va a cascata, trickle-down, e si ripercuote sul comportamento delle aziende. Esempio, in seguito alla firma dell’MoU sulla Belt&Road e a seguito della visita di Xi Jinping, molte aziende cinesi ci chiamano quasi settimanalmente, anche con maggiore frequenza, per chiederci cosa fare, che progetti vogliamo portare avanti, e quindi l’impatto delle nostre missioni risulta molto importante in questi paesi e quindi andiamo all’incasso.  Siamo stati con con il Ministro Di Maio due volte in cina e andremo penso quest’anno di nuovo durante la fiera di Shanghai perché lì conta, lì la missione del governo conta più di quanto può contare in un in un mercato,  come la francia per esempio, che e’ si importante però dove una mia visita puo avere un impatto minore sull’’acquisto di beni italiani, ma lo facciamo ovviamente lo stesso.

Chart 4: Gravity Model-Satellite

Ed è per questo che sviluppiamo questa strategia di promozione dell’export che combina il modello teorico per dividere i paesi in due gruppi: una strategia core e satellite che significa protezione dei nostri mercati quindi gli Stati Uniti,  l’Unione Europea dove facciamo bene ma ovviamente i tassi di crescita sono quelli delle economie europee, ed una strategia satellite nel senso che sono quei paese che dobbiamo andare a penetrare con strategie nuove con azioni di markit innovative. Questi sono i paesi dell’Asia, il Vietnam, gli altri paesi Asean, ovviamente Corea e Giappone, Emirati, Russia, India, Sud Africa ma anche altri paesi del sud America.

Questa strategeia la possiamo pensare concentrarsi sui paesi già economie sviluppati e sono al centro, il sole, e quelli intorno, che sono paesi emergenti, ma attenzione non emergenti nel senso che sono economie emergenti ma emergenti nel senso che deve essere il nostro export a emergere, ed è per questo che troviamo ovviamente paesi come la Corea, il Giappone che non sono emergenti ma dove facciamo pochissimo export: in Giappone facciamo 7 miliardi in Corea 5 in Cina 13; troppo poco. Sia il modello, sia le nostre missioni istituzionali suggeriscono che possiamo fare.

Ripeto concludendo l’enfasi sulle Pmi e siccome oggi siamo a Napoli e io sono di Palermo mi preme dire che il sud deve anche giocare un ruolo più importante. Ci stiamo impegnando anche su questo fronte.

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