Le regole da seguire per investire con successo in Cina

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Una delle mie “teorie” che da anni cerco di comunicare agli investitori stranieri è che, in Cina, l’economia ed i mercati azionari funzionano in modo diverso dai nostri, e sia i prezzi delle azioni che l’operatività delle aziende si muovono con dinamiche diverse. È quindi futile, e talvolta dannoso, usare i metodi della City o Wall Street per stimare il valore delle azioni: basarsi semplicemente su analisi dei multipli come il rapporto P/E, che è funzione di due variabili – prezzo e profitti – entrambi che si muovono con dinamiche diverse da quelle a cui siamo abituati, non fa altro che amplificare gli errori.

Come investire con successo in Cina? Attenzione alle politiche sociali ed economiche

Da più di un decennio, consiglio, enfaticamente, di non prestare troppa attenzione ai bilanci delle società, agli Annual Report. Invito invece a focalizzarsi su altre fonti di informazioni: documenti e annunci di politiche sociali ed economiche che la Cina pubblica di frequente, fonti che divido in due gruppi: Tipo A) Documenti o annunci ufficiali come il Piano Quinquennale, il China Manufacturing 2025 che sono racchiusi, per capirci, in un singolo e corposo PDF che detta e chiarisce scopi o obiettivi di tali politiche, e Tipo B) Concetti che non sono racchiusi in un singolo documento o annuncio, ma la cui esistenza viene man mano promulgata e distribuita al pubblico attraverso interventi verbali dei leader durante convegni o incontri o interventi scritti come interviste o editoriali.

I concetti di Tipo B durante le prime fasi della loro esistenza non sono immediatamente chiari ai non esperti, a coloro che non sanno leggere tra le righe, ma anche gli esperti devono faticare non poco per interpretare il vero significato, la portata e, importante, quale sia lo stato di avanzamento dei lavori, per meglio prevederne gli impatti nel tempo. Solo in un secondo tempo, questi concetti vengono poi formalizzati in documenti ufficiali e prendere la forma di Tipo A.

La Via della Seta, un esempio eclatante

Esempio eclatante e caro alla leadership cinese è la Via della Seta. La prima volta che tale frase venne pronunciata da Xi Jinping fu nel 2013, durante un discorso all’Università di Nazarbayev in Kazakhstan. Tale primo annuncio fu poi seguito da altri interventi, verbali, durante altri incontri con leader stranieri, e solo nel marzo 2015, due anni dopo, la NDRC, la Commissione Nazionale per le Riforme e Sviluppo (il MiSE cinese, si fa per dire) promulga il primo documento ufficiale con i dettagli dell’iniziativa .

Nei mesi intercorsi tra il primo annuncio e la pubblicazione del primo documento ufficiale, l’incertezza dominava il dibattito tra economisti ed esperti. Sarebbe facile anche per me, col senno di poi, a otto anni di distanza dire “Eh, ma avevamo capito tutto già in Kazakhstan”. Non è così ed in tutta onesta, nel primo periodo, non avevo immaginato la portata di questa iniziativa che avrebbe trasformato le economie di tre continenti: Asia, Africa ed in parte, Europa. D’altro canto, per simmetria di onestà, devo anche riaffermare che comunque intorno all’annuncio della NDRC nel 2015, avevo ben compreso di cosa si trattasse e da allora ho dedicato gran parte dei miei studi all’analisi di questa grande iniziativa. Cosicché, quando giunsi al Governo nel 2018, spinsi affinché l’Italia partecipasse a tale iniziativa, avendo già in mano gli strumenti analitici per poterne stimare rischi e benefici per il nostro paese. Naturalmente, i meno esperti erano anche i più critici e, non avendo seguito gli eventi dal 2013, non potevano possedere la conoscenza per poter offrire analisi obiettive.

Ho voluto ricordare la storia della Via della Seta, perché relativamente nota in Italia e quindi utile come esempio aneddotico o schema di riferimento affiche possa essere usato come metodo per meglio decifrare gli annunci, ufficiali o informali delle leadership cinese, anticiparne l’impatto sull’economia e, in ultima analisi, prendere le opportune decisioni di investimento.

I Quattro Concetti da ricordare prima di investire

Con questo metodo di analisi ben saldo, passiamo ad applicarlo ad un esempio pratico di questi giorni, il nuovo mantra che circola da tempo tra economisti e rappresentanti del governo cinese: “Common Prosperity”, benessere comune, annunciato da Xi Jinping di recente, ma non ancora formalizzato in documenti ufficiali. È un po’ come essere di nuovo a Nazarbayev e chi intuisce prima, avrà la meglio.

Nonostante le sorprese ed i commenti di molti media occidentali, l’idea di Common Prosperity non è né particolarmente nuova, né maligna in senso assoluto, ma va ben compresa per stare dal lato giusto dell’equazione, carpendo le opportunità ed evitando i rischi. Vediamo un po’ alcuni punti salienti:

1) Non significa che arricchirsi in Cina sarà considerato un male, ma verranno limitate le rendite derivanti da eccessivi monopoli, attraverso break up di aziende in vari rami operativi o limitando le quote di mercato dei singoli operatori. Cosa che già avviene da noi con le regole antitrust, procedure ben note agli investitori occidentali che quindi dovrebbero ben comprenderle anche nel contesto cinese senza essere sorpresi dalle continue posizioni del governo cinese contro i colossi internet e tecnologici.

2) Il secondo punto riguarda non le rendite da monopoli in sé, ma come distribuire la responsabilità dello sviluppo socioeconomico del Paese tra pubblico e privato. Le domande che la leadership cinese si è posta sono, inter-alia, le seguenti: è accettabile che le società internet possano entrare nel settore bancario, offrendo ai propri clienti tassi d’interesse sull’ammontare in giacenza nelle loro carte prepagate, carte prepagate il cui uso originale era offrire un portafoglio elettronico per facilitare gli scambi di merci tra C2C o B2C su Taobao o altre piattaforme, ma di certo non essere trasformate in una mezzo per mobilizzare i depositi dei risparmiatori ed alterare le curva dei tassi, cosa che, ovviamente, deve fare la Banca Centrale, non Jack Ma? Credo che ponendo la questione in questi termini, non ci si possa sorprendere delle recenti strette verso tali aziende. Anzi la sorpresa sarebbe come mai si sia permesso tutto ciò per così tanto tempo? Chi si fosse sorpreso di questo eccessivo lassismo a avesse intuito che ciò non sarebbe potuto durare, sarebbe riuscito ad anticipare le mosse del governo e riallocare il proprio portafoglio d’investimenti di conseguenza.

3) Il terzo pilastro logico della strategia “Common Prosperity” sta nella parola Common. In passato, la teoria di Deng Xiaoping ammetteva una distribuzione della ricchezza non equa tra gli strati della società. Anzi, l’invito era, per chi poteva, di arricchirsi (Arricchirsi è glorioso, frase attribuita a Deng). Era come se Deng in realtà spingesse affinché si creasse una concentrazione di ricchezza che avrebbe avuto il doppio scopo: 1) creare una concentrazione di capitale in eccesso delle proprie necessita, condizione necessaria per stimolare gli investimenti e, 2) creare una classe di ricchi, la cui ricchezza si sarebbe trasferita verso gli strati meno abbienti della società, proprio come la teoria del Trickle Down Economics (o con mia libera traduzione “Quando la marea è alta, tutte le barche galleggiano), ci insegna. Tale approccio ha funzionato e nei quarant’anni dalle riforme: sebbene la disparita di reddito sia aumentata, tutte le fasce di reddito hanno visto il proprio tenore di vita reale aumentare. Cosa che invece non è accaduta negli USA dove Stiglitz lamenta, correttamente, l’aumento della povertà assoluta, e non relativa, tra milioni di americani . Per quarant’anni, quindi, il Partito Comunista Cinese ha accettato un approccio più capitalista che socialista non perché avesse cambiato dottrina, ma perché l’esigenza primaria era eliminare la povertà tra gli 800 milioni di, allora, contadini e quindi, scelse, come la Thatcher, di portare la media verso l’alto, piuttosto che verso il basso. Adesso, che tale esigenza non c’è più ed il problema della povertà assoluta è stato risolto (al di là dei dubbi statistici sullo 0 virgola), il focus torna ad essere su uno sviluppo armonioso e far sì che il mercato, che ha avuto i suoi meriti, receda un po’ e lasci più campo all’intervento dello Stato, il quale si farà carico di redistribuire redditi e ricchezza in modo più equo. I più attenti osservatori avranno notato che la narrativa sulla “Prosperità Comune” è iniziata dopo gli annunci del 2020 sull’abolizione della povertà. E non è una coincidenza: una volta che il motivo per cui si è deviati, temporaneamente, dal socialismo non c’è più, si ritorna alle basi. Chi lo ha intuito, si è preparato al cambio di passo, alterando i loro pesi nei portafogli d’investimento. In Cina, quando il Governo annuncia il successo di una politica, bisogna prepararsi che un’altra sta per arrivare

4) Infine, quando le evidenze empiriche e le mosse del Partito non dovessero essere ancora chiare, l’ancora di salvezza va cercata nella teoria, che è ben enunciata sia nella Costituzione della Repubblica Popolare Cinese che nella Costituzione del Partito Comunista Cinese. “Il Socialismo è alla base del sistema della Repubblica Popolare Cinese. Qualsiasi tentativo di rottura di tale sistema da individui o da organizzazioni è proibito”. “Le azioni del Partito sono basate sui principi del Marxismo-Leninismo, il Pensiero di Mao Zedong, la Teoria di Deng Xiaoping, la Teoria delle tre Rappresentanze di Jiang Zemin, la Prospettiva Scientifica dello Sviluppo di Hu Jintao e il Socialismo con Caratteristiche Cinesi per una Nuova Era di Xi”. La lista comprende tutti i contributi teorici dei leader che si sono succeduti alla presidenza, formale o meno, dal 1949 ad oggi. Ma va notato che la lista inizia e termina con concetti simili: Marxismo e Socialismo, seppure con caratteristiche cinesi, come a rappresentare i due pilastri fondamentali. Chiunque voglia, quindi investire in Cina, deve capire che l’obiettivo del Partito è quello di realizzare una società socialista, non capitalista e che non esiste una tendenza verso la convergenza con il nostro sistema socioeconomico, né per quanto riguarda l’economia reale, né per quanto riguarda i mercati azionari, né tantomeno, l’apertura del conto capitale e conseguente internazionalizzazione dello Yuan. Tutto quello che oggi in Cina è diverso dal Marxismo è solo temporaneo e va considerato come una deviazione tattiche, di breve periodo (in Cina il breve periodo sono 10/20 anni), necessaria per risolvere problemi contingenti o per rispondere a crisi, ma l’obiettivo finale, l’equilibrio di Nash, resta il Socialismo. Chi viene colto di sorpresa non è perché il Partito abbia fatto dei cambi di rotta, ma semplicemente perché ci si è dimenticati di questi assiomi, incastrati nella Costituzione

Dove investire in Cina?

Ma allora dove investire? Come partecipare a queste dinamiche? Ve ne parlo nel prossimo contributo. Ma per iniziare, consiglio di leggere bene i documenti che forniscono un’idea macro, a cominciare dal China Manufacturing 2025 che evidenzia i 10 settori industriali dove la Cina ha deciso di puntare: 1) Microchips e IT 2) Robotica 3) Aerospazio 4) Ingegneria Oceanica 5) Componenti per Ferrovie 6) Veicoli Elettrici 7) Energia 8) Macchinari agricoli 9) Nuovi materiali 10) Biomedicina. Insomma, c’è scritto tutto, ma va ben compreso, perché certe parole, frasi e piani industriali possono nascondere significati reconditi e naturalmente attenzione alle valutazioni ed alle strategie di diversificazione dei rischi micro.

Durante una call con investitori nella City di Londra, uno di essi mi ha chiesto “Ma allora la Equity Story della Cina così è morta?”. La mia risposta: “No. Non è mai stata come pensavi tu. Quel che è morta è una tua illusione”.

NOTA BENE

L’articolo completo è disponibile su milanofinanza.it

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