Geraci a Class CNBC: confronto Italia-Cina sulla ripresa economica

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Ben ritrovati a tutti i telespettatori e tutte le telespettatrici di Class CNBC, siamo pronti per una nuova puntata del nostro speciale di Class CNBC, dedicato in particolare alla Cina.

Andiamo proprio in diretta a Shanghai dal professore Michele Geraci, docente di Practices and Economic Policies della Nottingham University a Ningbo. Si trova a Shanghai, è vero professore?

Attualmente sì, saluti qui da una Shanghai che come abbiamo detto è ripartita la normalità, la vita ha ripreso completamente. Sia la parte sanitaria che la parte economica sono sulla via di risoluzione. Quindi, un saluto proprio da qui Shanghai.

Senta, è vero che girate ormai senza mascherine? Sono obbligatorie soltanto nei negozi, com’è la vita giorno per giorno, lato Covid? Ovviamente lei leggerà quello che sta succedendo in Italia ancora con dati drammatici, sia sul fronte dei ricoveri, sia sul fronte dei decessi.

E purtroppo sì perché, io lo dico da un anno… mi spiace sempre ripeterlo. Noi in Italia non abbiamo capito che l’emergenza sanitaria e l’emergenza economica non sono due obiettivi in conflitto, dove bisogna scegliere quale fare e quale sacrificare.

Qui invece in Cina questo l’hanno capito e hanno risolto entrambi, perché hanno avuto un lock-down ferreo di  due mesi, hanno bloccato l’economia completamente e poi ripartito tutto. Si è risolta la parte sanitaria a maggio dell’anno scorso, è ripartita la parte economica e si sono aperti un po’ i movimenti delle persone. Oggi si fa un uso molto intenso delle app, senza cellulare praticamente non si va da nessuna parte: non si entra negli uffici, non si sale sui treni, quando si arriva in una nuova stazione (io viaggio quasi ogni giorno e quando ritorno a Shanghai) senza il codice verde che dimostri che non sono stato in una delle ormai rarissime zone di focolai, non posso entrare in città, non posso salire sul treno, anche in taxi me lo chiedono e comunque anche in tutti gli uffici e in tutti i negozi.

Quindi una normalità, però con un supporto delle tecnologie perché quando poi loro trovano dei focolai, vanno in modo molto pesante quindi l’economia ha i suoi problemi, ha le sue difficoltà ma comunque riparte. È un mercato ormai unico, non solo la Cina ma anche il resto dell’Asia va bene e purtroppo noi invece in Europa stiamo qui dopo 14/15 mesi a inseguire, mai ad anticipare il problema.

Anche qui vaccini sono pochissimi, hanno fatti circa 100 milioni, so che è ovviamente un numero altissimo ma qui è poco meno del 10 per cento della popolazione, appunto perché non c’è la necessità perché il virus non circola, quindi nell’ordine, diciamo le priorità, di chi è che si vaccina sono solo quei membri del governo, quei manager, ovviamente tutti i medici.

Ovviamente qui non c’è il dibattito se uno se lo può fare o meno, che sono comunque esposti, ma il resto la popolazione non ne ha la necessità di farlo.

E quindi neanche agli stranieri, professore, come lei che vivono adesso in Cina viene proposto il vaccino?

Proposto sì ma non è obbligatorio. Quindi chi lo vuol fare, lo può fare.

Il vantaggio di avere vaccino è che se uno dovesse lasciare la Cina e poi rientrare, può rientrare un po’ più facilmente senza avere la necessità di una lettera di invito dal datore di lavoro ma comunque, sia con o senza vaccino la quarantena all’arrivo in Cina è obbligatoria.

Attenzione con la polizia che ti viene a prendere sulla scaletta dell’aereo, ti scorta in hotel, e uno sta lì due settimane senza poter uscire, non come come da noi, quindi il vaccino anche qui è visto come una delle tante componenti, non la soluzione unica ma una di un ventaglio di soluzioni che può aiutare, assieme alle app (quindi il tracciamento), l’uso delle mascherine ovviamente (quando si va nei luoghi chiusi ma che lì non è tanto obbligatorio), il vaccino, la quarantena all’arrivo quindi è ovviamente una comunicazione chiara, perché non è che qui si va in tv e c’è chi la pensa in un modo, chi la pensa in un altro, qui la comunicazione è stata chiarissima sin dai primi di gennaio, mi dispiace dirlo, ormai dell’anno scorso 2020 e il popolo ha reagito e c’è anche un senso civico asiatico che è comune sia qui in Cina ma anche in altre zone come in Corea e Japan, in Vietnam hanno risolto anche grazie alla cooperazione della gente.

Cooperazione però aiutata dalla comunicazione chiara da parte del governo, da noi non abbiamo diciamo ancora risolto questa dualità.

Senta professore, lei ha fatto parte, lo ricordiamo come Sottosegretario, del primo Governo Conte I, che valutazione dà dei primi passi del governo Draghi?

Anche sul fronte degli aiuti dicevamo, siamo una televisione economica, che ancora l’economia italiana non vede veramente la luce alla fine del tunnel, vediamo questo passaporto vaccinale che dovrebbe consentire magari in una estate un po’ più aperta e quindi di tornare ad accogliere i turisti, che sappiamo quanto è importante il settore turistico per il nostro prodotto interno lordo… una sua valutazione di questi primi passi del governo di Mario Draghi. 

Penso che sia stato un cambio positivo, io penso che il presidente Draghi abbia assolutamente accentrato delle competenze chiave circondandosi da persone in gamba.

E’ un po’ come dire lasciando a chi era lì o chi è rimasto a fare un po’ il viceministro, il sottosegretario con comunque diciamo responsabilità e ridotte quindi c’è una centralizzazione del potere che va bene, e in questo momento di crisi è giusto che sia così, perché questa da una velocità di esecuzione anche delle direttive molto ampie.

Il nuovo commissario è in gambissima, quindi questa è una cosa positiva ovviamente, attenzione, il problema che si trova il premier Draghi è che si trova un’Italia distrutta sul lato dell’offerta. 

Cioè noi abbiamo 300 mila aziende che hanno chiuso, sentivo in poche settimane insomma a Roma l’economia distrutta, lei parlava del turismo quindi il problema non è solo sul lato della domanda. Come stimolare i consumi dando un po’ dei bonus alle persone che poi hanno dei soldi in tasca per poterli spendere, perché qui il problema è che non c’è dove spenderli, perché i negozi sono chiusi e molti  non apriranno mai più. Quindi ci siamo purtroppo, per i motivi che abbiamo detto, incastrati in una  situazione dove sia la domanda sia l’offerta hanno dei limiti e purtroppo qui si deve prendere una decisione veramente coraggiosa, che va contro quella nostra filosofia di mercato cioè  lo stato deve riprendere il controllo anche della parte produttiva.

Non è per essere statalisti, non  è per voler essere dirigisti, perché sono parole che a noi non ci piacciono, ma è così che si esce dalle crisi.

Dell resto lo diceva anche Keynes, quindi non bisogna essere per forza dalla parte del dirigismo assoluto, altrimenti il privato non ce la può fare perché nessuno  investirà in Italia, è un compito che solo lo stato il governo e nelle varie forme  attraverso aziende di stato ma anche attraverso soluzioni di problemi come per esempio quello dell’IVA, dell’Alitalia su cui ho lavorato deve veramente prendere il controllo di una buona parte del PIL e non limitarsi.

Professore mi scusi se la interrompo ma il ministro Giorgetti che immagino che lei conosca bene, proprio su Alitalia ha detto: “deve essere più leggera altrimenti non vola”.

Alitalia non può essere leggera, Alitalia deve avere una scala, cioè noi competiamo sul lungo, sul medio raggio con la Ryanair e la EasyJet che hanno adesso 300/400 aeromobili a testa e attenzione il turn over tra quando scende l’ultimo passeggero da un aereo Ryanair a quando sale il primo passeggero dell’aereo successivo è di 8 minuti, ora per raggiungere questa efficienza operativa non si possono avere 100 aerei di cui tra l’altro molti anche a prezzo, cioè noi lo sappiamo io vado a Palermo da Roma a 300 euro a tratta, non può essere questo e quindi io non so cosa intenda dire Giancarlo Giorgetti  quando parla di leggerezza, se parla di costi quello siamo d’accordissimo perché molto del personale sappiamo che non è diciamo utile a una compagnia moderna e per questo ho proposto che il personale dall’Alitalia venga, come dire riutilizzato in altre parti di questo mio piano, che un po’ prevede lo stato presente in altri settori quindi assolutamente i posti di lavoro vanno garantiti ma 3/4/5 mila persone possono continuare a non lavorare in Alitalia ma sicuramente avranno delle competenze che sono utili in altre aziende, in altri settori.

A quel punto l’Alitalia sarebbe si, leggerà dal punto di vista dei costi, non avrebbe il peso del personale ma attenzione, deve ampliarsi cioè deve raggiungere una scala deve andare a 200 anche 250 aeromobili e passare dai 320 che sono quelli a corto raggio ai 330, 350 perché dobbiamo andare a competere con grandi linee che fanno i voli intercontinentali perché sul breve raggio, la concorrenza è spietata di quegli otto minuti che anche con tutta la buona volontà mia, di Giorgetti e di chi sarà il manager di Alitalia non ce la faremo mai perché abbiamo anche noi una come dire un’inerzia sui contratti sul lavoro, mentre ovviamente l’EasyJet ce li ha li in Austria, in Inghilterra, in Irlanda giocano anche in modo come dire opportunistico ovviamente sia chiaro, la manutenzione, la sicurezza in primis tant’è che loro non hanno mai avuto problemi di incidenti però anche qui dobbiamo capire che il mondo purtroppo non è quello del lavoro fisso per sempre quindi anche faccio un appello agli amici e impiegati, conosco anche dei piloti dell’Alitalia molto bravi che tra l’altro sono una nostra eccellenza e lavorano tantissimo, bisogna comunque riconoscere che si lavora in un mercato globale e io credo che l’Alitalia debba essere nelle mani dello stato io la voglio nazionalizzare e quindi con partecipazione dello stato che non si preoccuperà quindi dei profitti, ma si preoccuperà di essere, di avere un’azienda che traini il turismo perché il turismo è il 15 per cento della nostra economia e senza una linea di bandiera i turisti giapponesi, cinesi e australiani volano con Air France e il volo Air France come so quando vola da Tokyo a Parigi arriva troppo tardi casualmente, per poter prendere una coincidenza per Roma e quindi il turista giapponese dovrà fare una notte in più a Parigi poi gliene fanno fare due, lo stesso al ritorno capisce che non è solo, l’Alitalia va vista non nel contesto dei soldi persi per salvarla è un asset strategico che è salvo a 240 miliardi di PIL del turismo indotto e che in questo momento è in ginocchio. Quindi guai a mettere la vittoria sul mercato perché la sola non ce la farebbe.

Molto interessante quella sua analisi su Alitalia e sul turismo, noi stiamo chiedendo proprio al ministro Garavaglia di partecipare quindi magari riusciremo organizzare veramente un confronto. senta siamo proprio in conclusione, noi continuiamo a leggere che in Cina, negozi come H&M ma anche Burberry, Adidas e Nike sono nel mirino abbiamo capito che si sta parlando di un tema molto importante, quello dei diritti umani, degli uiguri, ci aiuta a capire a Shanghai però i negozi sono ancora aperti di H&M? ci è passato professore?

Ci sono stato proprio mezz’ora fa era vuoto, c’erano due persone, quattro piani, qui sono alle 18 del pomeriggio poco fa quindi in un orario diciamo abbastanza importante, poco prima di cena e si pochissimi pochissimi clienti un paio tra l’altro credo due stranieri e due cinesi in quattro piani di negozio. 

Quindi sì questo è molto importante perché noi dobbiamo capire che qui la potenza degli utenti internet, sia autonoma, sia guidata dagli interessi nazionali, crea veramente in una notte il crollo di un brand. 

Noi abbiamo duemila anni di storia anche di più, un Made in Italy su cui ci marciamo da 500 anni, dai tempi di Leonardo, di Michelangelo. Attenzione perché in poche ore si distrugge e non è solo un brand ma va a picco tutto l’export del paese e non solo in Asia, perché la Cina è di traino a tutti gli altri paesi asiatici, per esempio, quelli dell’accordo RCEP e degli altri 14 paesi quindi la Cina così come un po’ il Giappone era in passato e in un certo modo anche la Corea, fa da trendsetter quindi la H&M se avrà problemi in Cina, speriamo tutto si risolva ovviamente, questo problema non sarà solo in Cina che è già un bel colpo ma si potrebbe ripercuotere su altri paesi, quindi mio monito ai nostri amici in Italia è: cautela, cautela, perché il mercato cinese e abbiamo visto noi in passato purtroppo abbiamo sofferto per degli inconvenienti, non perdona qui il 35 per cento dell’economia è online, in pochi minuti il brand si crea e si distrugge e quando si distrugge veramente in pochi minuti si distruggono secoli di Made in Italy quindi attenzione, attenzione.

E allora vedremo quello che emergerà appunto ricordiamo qui si sta parlando in particolare della tutela dei lavoratori nel settore del cotone e questo per un comunicato, per l’altro dell’anno scorso di H&M ci ha appena testimoniato il nostro ospite su quello che sta succedendo proprio nel negozio Shanghai di H&M. Grazie davvero al professor Michele Geraci che insegna practices and economic policies alla Nottingham University a Ningbo, ci ha parlato in diretta da Shanghai. 

Grazie professore a prestissimo!

Arrivederci, buongiorno!

Grazie ancora professor Geraci! Grazie a tutti i telespettatori e a tutte le telespettatrici che hanno scelto di seguire lo speciale di Class CNBC.

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