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La storia si ripete: tre decenni dopo l’industria cinese bussa nuovamente alla porta della Fiat.

Negli anni ’80, Romiti rispose che la popolazione cinese non avrebbe mai potuto permettersi di acquistare le nostre autovetture e che comunque la Cina non era dotata di un’adeguata rete stradale. Oggi, la Fiat nel mercato cinese è praticamente inesistente. Spopolano invece le case tedesche, quelle coreane e ovviamente quelle americane, con una forte penetrrazione nella classe medio-alta che desidera modelli di comfort e standard di sicurezza elevati.

Cina: crescita del rapporto debito/PIL indica crisi sistemica?

Dobbiamo preoccuparci del crescente rapporto debito/Pil in Cina? Una eventuale crisi finanziaria in Cina potrebbe avere effetti negativi sul resto delle economie mondiali? Non credo: la Cina ha i mezzi per controllare la propria economia, in fondo non è un’economia di mercato, ma dove il governo, formato da esperti sa come gestire le crisi. Flessibilità e velocità di esecuzione sono le due caretteristiche che noi in occidente dovremmo invidiare.

La Francia copia la Cina e fa meglio dell’Italia.

Esiste una certa somiglianza nel modo in cui le operazioni di fusioni ed acquisizioni, cross-border M&A, vengono gestite dalla Francia e dalla Cina. Entrambi i paesi fanno sistema sia quando si tratti di investimenti outbound, verso paesi terzi, sia quando si tratti di investimenti in ingresso. Entrambi i paesi accentuano l’aspetto nazionalistico, spinti dall’orgoglio ma anche dalla necessità strategica di creare dei national champions in vari settori chiave.

Liberali nel commercio non implica essere liberali anche su acquisizioni

Liberalismo o protezionismo? Una domanda che va avanti da 500 anni senza risposte chiare. Tuttavia va fatta una importante differenza se si parla di commercio internazionale, di acquisizioni cross border di aziende già esistenti o, infine, di investimenti free fields. Per ognuna di tali modalità, ogni stato può e deve scegliere le strategie più adatte. Sul greenfield, è più facile avere una visione liberista dal momento che l’azienda straniera investe in qualcosa che prima non c’era e quindi quasi sempre crea valore.

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