Export come antibiotico per l’economia, ma non soluzione nel lungo 🟢

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L’economia internazionale, decoupling tra occidente e oriente: si o no?

In realtà questa domanda è un po’ forse superata dagli eventi. Perché il decoupling sta già avvenendo e, una delle misure che usiamo per renderci conto di questa situazione, è la crescita del PIL dei vari paesi. Se guardiamo alle previsioni del Fondo Monetario Internazionale, abbiamo previsioni di crescita negativa per tutti i paesi occidentali al contrario della Cina.

In realtà questa previsione dell’IMF secondo me è anche molto conservativa. Io stimo che il PIL della Cina crescerà del 3-3,2%. Quindi abbiamo già una separazione completa di performance economiche tra l’oriente e l’occidente.

Qual è il problema? Il problema dell’Italia è che dipende troppo dalla domanda esterna.

Domanda esterna che ha tenuto a galla il PIL in questi ultimi vent’anni e che ci ha dato ossigeno in questi due decenni, ma che ci ha reso molto vulnerabili a shock esterni.

Guardiamo a quello che è successo per esempio in Cina: si dice sempre che la Cina è un’economia che dipende molto dalle esportazioni. Facciamo il rapporto export/PIL della Cina. Cosa è successo? Forse pochi lo sanno, ma dal 2010 ad oggi questo rapporto è sceso dal circa 28% al 18% attuale.

Mentre la nostra economia ha avuto una tendenza inversa, adesso il rapporto Export to PIL è cresciuto al 31 per cento. E questo che impatto ha avuto? Abbiamo detto positivo perché ci ha dato questa boccata d’ossigeno ma ci ha reso molto vulnerabili alla domanda esterna.

Io, che ero diciamo responsabile del commercio al governo italiano, so che questa situazione non è sostenibile a lungo termine, però nel breve rende.

Quindi cosa possiamo fare? Una strategia che cerca di bilanciare gli obiettivi di breve e gli obiettivi di lungo termine, quella che io chiamo una strategia core e satellite. Come core al centro c’è quello di continuare a mantenere i nostri mercati tradizionali che sono i mercati europei: la Germania, la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Quindi mercati occidentali che rappresentano insieme quasi due terzi del nostro export complessivo. Paesi che però hanno fatto tassi di crescita molto bassi, percui dobbiamo affiancare quella strategia che io chiamo satellite: ovvero quella di estendere il nostro export ed espanderci verso i paesi asiatici, che sono quelli che abbiamo visto cresceranno. Esattamente Cina, India, Giappone, Corea e Vietnam, paesi con cui abbiamo tra l’altro accordo di libero scambio.

E attenzione, questa mia strategia di core e satellite non vuole in nessun modo continuare a imporre un sistema economico italiano basato sulle esportazioni, perché questo sistema non funziona nel lungo termine. Però non abbiamo altra scelta.

Oggi la domanda interna non ci dà i risultati che noi speriamo, quindi dobbiamo purtroppo ancora una volta affidarci alle esportazioni per tenere a galla la nostra economia nei prossimi 3-5 anni. Nel frattempo, dobbiamo sviluppare delle politiche che possano poi creare opportunità economiche con la domanda interna, che ovviamente non si materializzeranno ora, ma ci vorranno 3/5 anni. Quindi è un approccio tattico quello della spinta sull’export e poi in parallelo uno sviluppo di una strategia di medio e lungo termine che tenda a ribilanciare l’economia e cercare di farla ritornare un po’ ai livelli normali.

Questo è il mio suggerimento: una strategia con come core i mercati tradizionali e come satellite i mercati asiatici che hanno tassi di crescita più elevati.

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